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    02 september

    Il campo di granturco

     

    Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di gran­turco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi nell'aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo di­menticato. Dietro il campo, una terra in salita, c'era il cielo vuoto. «Quest'è un luogo da ritornarci», dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di grantur­co e da tutti i cieli vuoti. Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia pendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vi­te sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rap­prendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, tro­varsi sulla mia strada al momento giusto, quando me­no ci penso. Non c'è persona di mia conoscenza che ab­bia un tatto come il loro.

    Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fat­to aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. «Ec­comi», dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene get­tato come a un padrone. Invece, al cielo tra gli steli bas­si do un'occhiata furtiva, come chi guarda di là dall'og­getto quasi in attesa che questo si sveli da sé, ben sa­pendo che nulla ci si può ripromettere che esso già non contenga, e che un gesto troppo brusco potrebbe far­ne traboccare malamente ogni cosa. Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli steli secchi, a po­co a poco mi frusciano e mi si fermano in cuore. Tra noi non occorrono parole. Le parole sono state fatte molti anni fa.

    Quando veramente? non so. E nemmeno so che co­sa potevano essersi detto, un campo di granoturco e un ragazzo. Ma un giorno mi ero certo fermato - come se con me si fermasse il tempo - e poi il giorno dopo, e un altro ancora, per tutta una stagione e una vita, da­vanti a un simile campo; e quello era stato un limite, un orizzonte familiare attraverso cui le colline, basse tant'erano remote, trasparivano come visi a una fine­stra. Ogni volta che avevo osato un passo dentro la sel­va gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua vo­ce crepitante e assolata; e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e di là dagli steli al­ti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo. C'era in quel crepitìo un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia e seducente come le colline.

    Che il tempo allora si sia fermato lo so perché oggi ancora davanti al campo lo ritrovo intatto. È un fruscìo immobile. Capisco d'avere innanzi una certezza, di ave­re come toccato il fondo di un lago che mi attendeva, eternamente uguale. L'unica differenza è che allora osa­vo gesti bruschi, penetravo nel campo gettando un gri­do alle colline familiari che mi pareva mi attendessero. Allora ero un bambino, e tutto è morto di quel bambi­no tranne questo grido.

    La stagione di quel campo è l'autunno, quando tut­to si ridesta nelle campagne dietro ai filari di grantur­co. Si odono voci, si fanno raccolti, di notte si accen­dono fuochi. L'immobilità del campo contiene anche queste cose, ma come a una certa distanza, come pro­messe intravedute fra i rami. Il disseccarsi delle foglie apre sempre maggiori tratti di cielo, rivela più nuda­mente le colline lontane. Si pensa anche a quel che c'è dietro, e alle presenze notturne sul ciglio di un bosco. Sale a volte nel ricordo il crepitio delle foglie gial­le, e sgomenta come il trapestare di un passo ignoto e temuto, come il dibattersi di corpi in lotta. Ormai, nel­la distanza, sono una cosa sola i falò notturni sui colli e l'imbrunire fra gli steli vaghi del campo. Rassicura soltanto il pensiero che chi si è buttato a terra nascon­dendosi è il ragazzo, e che dagli steli pendono grosse pannocchie che i contadini verranno a raccogliere do­mani. E domani il ragazzo non ci sarà più.

    Queste cose accadono ogni volta che mi fermo da­vanti al campo che mi aspetta. È come se parlassi con lui, benché il colloquio si sia svolto molti anni fa e se ne siano perdute anche le parole. A me basta quell'oc­chiata furtiva che ho detto, e il cielo vuoto si popola di colline e di parvenze.

     

     

    (2) reacties

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    e semplicemente meraviglioso quello che hai scritto.... mi ha ricordato anche le mie passeggiate in bicicletta in campagna, io abitoin piemonte e qui è pieno di campi di angoli nei quali si può dialogare con il proprio io interiore e dove nei momenti di disperazione si può trovare la pace.... Quante volte in preda ai miei problemi adolescenziali mi sono rifugiata sotto un albero, o nella campagna nel mio posto segreto dove potevo sfogarmi, piangere, parlare ..... avevo sempre l'impressione che ci fosse qualcuno in silenzio ad ascoltarmi...Ciao passa a trovarmi se ti va...
    8 Apr.
    laurazegt:
    Ciao Joe...
    La poesia del tuo sentire rende dolce e romantica anche la solitudine...Bellissimo questo colloquio interiore, col sapore di un qualcosa perso nel tempo ma non nella memoria....ritrovare se stessi e quell'eterno fanciullo che sognava... che ancora non smette di sognare...
    Mi piace molto come scrivi e...quello che scrivi..
    Ti aspetto Joe... io, ti aspetto....
    Un abbraccio affettuosissimo mio caro amico....
    21 Okt.

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