JOEJELLOW's profileMilioni Di AttimiPhotosBlogListsMore Tools Help

Milioni Di Attimi

JOEJELLOW PASO

...quelli che passano

There are no music lists on this space.

Custom HTML

 

Video

 

WeatherItaly Gadget

Loading...
September 02

La vita è adesso

 

La vita è adesso
nel vecchio albergo della terra
e ognuno in una stanza
e in una storia
di mattini più leggeri
e cieli smarginati di speranza
e di silenzi da ascoltare
e ti sorprenderai a cantare
ma non sai perché
la vita è adesso
nei pomeriggi appena freschi
che ti viene sonno
e le campane girano le nuvole
e piove sui capelli
e sopra i tavolini dei caffè all'aperto
e ti domandi certo
chi sei tu
sei tu che spingi avanti il
cuore ed il lavoro duro
di essere uomo e non sapere
cosa sarà il futuro
sei tu nel tempo che ci fa più grandi
e soli in mezzo al mondo
con l'ansia di cercare insieme
un bene più profondo
e un altro che ti dia respiro
e che si curvi verso te
con un'attesa di volersi di più
e non capir cos'è
e tu che mi ricambi gli occhi
in questo istante immenso
sopra il rumore della gente
dimmi se questo ha un senso
la vita è adesso
nell'aria tenera di un dopocena
e musi di bambini
contro i vetri
e i prati che si lisciano come gattini
e stelle che si appicciano ai lampioni
milioni
mentre ti chiederai
dove sei tu
sei tu che porterai il tuo amore
per cento e mille strade
perché non c'è mai fine al viaggio
anche se un sogno cade
sei tu che hai un vento nuovo tra le braccia
mentre mi vieni incontro
e imparerai che per morire
ti basterà un tramonto
in una gioia che fa male di più
della malinconia
ed in qualunque sera ti troverai
non ti buttare via
e non lasciare andare un giorno
per ritrovar te stesso
figli di un cielo così bello
perché la vita è adesso

(C.Baglioni)

 

Il campo di granturco

 

Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di gran­turco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi nell'aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo di­menticato. Dietro il campo, una terra in salita, c'era il cielo vuoto. «Quest'è un luogo da ritornarci», dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano. Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di grantur­co e da tutti i cieli vuoti. Quel giorno fu un campo; avrebbe potuto essere una roccia pendente sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vi­te sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rap­prendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo: sanno esse sorgere, tro­varsi sulla mia strada al momento giusto, quando me­no ci penso. Non c'è persona di mia conoscenza che ab­bia un tatto come il loro.

Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fat­to aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. «Ec­comi», dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene get­tato come a un padrone. Invece, al cielo tra gli steli bas­si do un'occhiata furtiva, come chi guarda di là dall'og­getto quasi in attesa che questo si sveli da sé, ben sa­pendo che nulla ci si può ripromettere che esso già non contenga, e che un gesto troppo brusco potrebbe far­ne traboccare malamente ogni cosa. Nulla mi deve quel campo, perché io possa far altro che tacere e lasciarlo entrare in me stesso. E il campo, e gli steli secchi, a po­co a poco mi frusciano e mi si fermano in cuore. Tra noi non occorrono parole. Le parole sono state fatte molti anni fa.

Quando veramente? non so. E nemmeno so che co­sa potevano essersi detto, un campo di granoturco e un ragazzo. Ma un giorno mi ero certo fermato - come se con me si fermasse il tempo - e poi il giorno dopo, e un altro ancora, per tutta una stagione e una vita, da­vanti a un simile campo; e quello era stato un limite, un orizzonte familiare attraverso cui le colline, basse tant'erano remote, trasparivano come visi a una fine­stra. Ogni volta che avevo osato un passo dentro la sel­va gialla, il campo doveva avermi accolto con la sua vo­ce crepitante e assolata; e le mie risposte erano state i gesti cauti, a volte bruschi, con cui scostavo le foglie taglienti, mi chinavo ai convolvoli, e di là dagli steli al­ti ficcavo lo sguardo al vuoto del cielo. C'era in quel crepitìo un silenzio mortale, di luogo chiuso e deserto, che schiudeva nel cielo lontano una promessa di vita ignota, impervia e seducente come le colline.

Che il tempo allora si sia fermato lo so perché oggi ancora davanti al campo lo ritrovo intatto. È un fruscìo immobile. Capisco d'avere innanzi una certezza, di ave­re come toccato il fondo di un lago che mi attendeva, eternamente uguale. L'unica differenza è che allora osa­vo gesti bruschi, penetravo nel campo gettando un gri­do alle colline familiari che mi pareva mi attendessero. Allora ero un bambino, e tutto è morto di quel bambi­no tranne questo grido.

La stagione di quel campo è l'autunno, quando tut­to si ridesta nelle campagne dietro ai filari di grantur­co. Si odono voci, si fanno raccolti, di notte si accen­dono fuochi. L'immobilità del campo contiene anche queste cose, ma come a una certa distanza, come pro­messe intravedute fra i rami. Il disseccarsi delle foglie apre sempre maggiori tratti di cielo, rivela più nuda­mente le colline lontane. Si pensa anche a quel che c'è dietro, e alle presenze notturne sul ciglio di un bosco. Sale a volte nel ricordo il crepitio delle foglie gial­le, e sgomenta come il trapestare di un passo ignoto e temuto, come il dibattersi di corpi in lotta. Ormai, nel­la distanza, sono una cosa sola i falò notturni sui colli e l'imbrunire fra gli steli vaghi del campo. Rassicura soltanto il pensiero che chi si è buttato a terra nascon­dendosi è il ragazzo, e che dagli steli pendono grosse pannocchie che i contadini verranno a raccogliere do­mani. E domani il ragazzo non ci sarà più.

Queste cose accadono ogni volta che mi fermo da­vanti al campo che mi aspetta. È come se parlassi con lui, benché il colloquio si sia svolto molti anni fa e se ne siano perdute anche le parole. A me basta quell'oc­chiata furtiva che ho detto, e il cielo vuoto si popola di colline e di parvenze.

 

 

June 27

Io non sono...

Non sono né un artista né un poeta.
Ho trascorso i miei giorni scrivendo e dipingendo,
ma non sono in sintonia 
con i miei giorni e le mie notti.
Sono una nube,
una nube che si confonde con gli oggetti,
ma ad essi mai si unisce.
Sono una nube,
e nella nube è la mia solitudine,
la mia fame e la mia sete.
La calamità è che la nube, la mia realtà,
anela di udire qualcunaltro che dica:
"Non sei solo in questo mondo
ma siamo due, insieme,
e io so chi sei tu".

April 16

PERDONAMI

Perdonami se ti cerco così

goffamente, dentro di te.

Perdonami il dolore, qualche volta.

E' che da te voglio estrarre

il tuo migliore TU.

Quello che non vedesti e che io vedo,

immerso nel tuo fondo, preziosissimo.

E afferrarlo

e tenerlo in alto

come trattiene l'albero l'ultima luce

che gli viene dal sole.

E allora tu

verresti a cercarlo, in alto.

Per raggiungerlo, alzata su di te,

come ti voglio,

sfiorando il tuo passato

con le punte rosate dei tuoi piedi,

tutto il corpo in tensione d'ascesa

da te a te.

E allora al mio amore risponda

la creatura nuova che tu eri.

 

 
Photo 1 of 24
No list items have been added yet.